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Diritto all’oblio nel mondo: il caso di Herval Abreu in Spagna

Cosa si intenda per diritto all’oblio e quando è stato introdotto, la introduzione del diritto all’oblio risale alla normativa di cui all’articolo 17 del GDPR, che tiene conto del diritto di richiedere la deindicizzazione stabilito dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea con la sentenza c.d. Costeja. La sentenza Costeja è stata pronunciata dalla Corte di Giustizia Europea, da ora CGUE, il 13 maggio 2014 e ha dichiarato che un interessato ha la facoltà di chiedere al fornitore del motore di ricerca, di rimuovere notizie pregiudizievoli, obsolete e non aggiornate nonché link verso pagine web dall’elenco di risultati, anche definite query, che appare nei suggerimenti successivamente all’immissione nella barra apposita di parole chiave e dati, quali nome e cognome di un soggetto. Successivamente alla pronuncia di cui si parla, gli interessati ad ottenere la cancellazione o la deindicizzazione dei loro dati personali dai motori di ricerca, appaiono essere maggiormente consapevoli sul loro diritto di cancellazione. Sul punto è stato osservato che le Autorità di controllo preposte ex lege, come Garante Privacy, hanno avuto un radicale aumento di reclami riguardanti il rifiuto da parte dei fornitori di motori di ricerca per la deindicizzare di link lesivi.

Il caso spagnolo di Herval Abreu 

Il 3 gennaio del 2020 la Suprema Corte confermava la sentenza della Corte d’Appello di Santiago che decideva di respingere, ancora, il ricorso presentato dall’ex regista televisivo Herval Abreu; invero attraverso questo ricorso Hervalha cercato di rimuovere dai motori di ricerca tutti i link di accesso alle notizie legate alle accuse di abusi in cui è stato coinvolto nell’anno 2018.

La sentenza di rigetto della istanza di rimozione: le motivazioni

La sentenza stabiliva la conferma rispetto alla sentenza impugnata della Corte di Appello la quale, a seguito della narrazione comprovata della vicenda aveva considerato che “il cosiddetto diritto all’oblio non è previsto dalla nostra legislazione, e i motori di ricerca di Internet non sono responsabili dei dati creati dagli utenti , ma la loro funzione è limitata all’indicizzazione delle informazioni, che è realizzato da terzi sotto la tutela della libertà di opinione e di informazione garantita dall’articolo 19 n. 12 della Carta Fondamentale, con i limiti e le responsabilità ivi stabilite”.

L’effettiva violazione al diritto di privacy secondo la Corte spagnola

Ulteriormente la Corte chiariva che al fine che vi  possa essere una effettiva violazione delle garanzie costituzionali, per “atto o omissione arbitraria e illegale” di Google, “è necessario che le informazioni indicizzate risultino false o non aggiornate”, cosa che, secondo i Giudici della Corte non ci fu per  il caso di Abreu. Nonostante la decisione irrevocabile della Corte, l’avvocato di Abreu ha rilasciato delle dichiarazioni che fanno trasparire tutto il proprio dissenso, dichiarano l’inaccettabilità della vicenda appena narrata, e la contraddizione del caso: la libertà di informazione in questo caso, è causa di un male per la reputazione di un regista.

 

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