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Diritto all’oblio, la condanna di Google in Cassazione tra le ultime sentenze

Il diritto all’oblio è un diritto di nuova costituzione, ed è stato positivizzato a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia Europea del 2014, con la c.d. sentenza Costeja, o anche meglio conosciuta come caso Google Spain. A seguito della emissione della sentenza si è lavorato ad un progetto concernente la redazione di un TU, che poi verrà chiamato GDPR, acronimo di General Data Protection Regulation. L’art. 17 del Regolamento Europeo sulla Privacy, o anche, come detto in apertura del G.D.P.R., prevede dunque che un soggetto interessato possa adire il Garante Privacy, che è l’autorità deputata l controllo della protezione dei dati personali, e chiederle di eliminare notizie dal web, esercitando così il diritto all’oblio. Il diritto all’oblio, che dunque viene individuato quale il diritto a chiedere la eliminazione permanente  dei propri dati personali ai titolari che li stanno trattando, diviene ben presto un diritto fondamentale. Sul web, per chiarezza, vengono ritenuti responsabili del trattamento dei dati personali non solo i motori di ricerca, i quali secondo la normativa di settore hanno il divieto di trattare determinate categorie di dati sensibili nonché l’obbligo di cancellare tutti gli altri dati personali senza ingiustificato ritardo, se sussistono i motivi previsti dal Regolamento Europeo, ma anche coloro che hanno materialmente la possibilità di cancellare quelle determinate informazioni, i c.d. webmaster, ovvero di deindicizzare le URL pregiudizievoli.

La condanna di Google in Cassazione, le ultime sentenze

Una delle ultime sentenze che ha interssato Google è stata quella della Corte di Cassazione italiana, che ha condannato il colosso americano a pagare i danni morali per il diniego inerente alla mancata cancellazione di alcune Url interessanti una notizia che oggetto di condanna per diffamazione. Invero, Google è stato condannato dalla Suprema Corte a risarcire il Sig. Pezzano, difeso dagli Avvocati Bianculli e Parenti, anche per quelle notizie che erano riferibili ai siti gestiti da altri motori di ricerca. La ragione di questa innovativa pronuncia sta nel fatto che Google, in qualità di internet service provider, pone a disposizione degli utenti tutti i riferimenti necessari per identificarli.

La sentenza 18430/2022

La Cassazione con la sentenza 18430/2022, respinge il ricorso di Google Llc contro la condanna a pagare 25mila euro di danni morali a causa della sofferenza patita da Adriano Pezzano, un milanese che era stato vittima di diffamazione da parte di un collega di lavoro. Invero, Pezzano era stato preso di mira da un collega che, nel proprio sito web, lo aveva additato come parente di un mafioso. Si comprende come la notizia, proprio per l’oggetto cui faceva riferimento ci ha messo molto poco a girare e che dunque si era ampiamente diffusa in rete. La cosa sconvolgente è che la stessa, anche dopo la denuncia e la successiva condanna del Collega, per mezzo dei legali Avvocati Angelica Parente e Domenico Bianculli,  era rimasta visibile a chiunque cercasse il nome di Pezzano online. Il soggetto leso aveva chiesto la deindicizzazione ma senza successo.

Dunque, a fronte di questa lesione al diritto all’onore è stata poi la Cassazione a confermare, per vero anche le statuizioni precedenti davano ragione al Pezzano ed agli avvocati Angelica Parente e Domenico Bianculli, condannando Google ad un risarcimento per danni morali per una somma pari a 25 mila euro.

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