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Diritto all’Oblio: il caso Fimmanò – Google

Diritto all’Oblio: il caso Fimmanò – Google

By Avv. Ludovica Marano

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Non bisogna mai pensare che il diritto all’essere dimenticati su internet è un diritto prevalentemente astratto e che, per questo, non abbia risvolti concreti nella nostra vita quotidiana. Il diritto all’oblio in rete è una questione che sta prendendo sempre più piede nel mondo della legislazione moderna. È stato introdotto nel 1998 dall‘Unione Europea come uno dei diritti fondamentali della privacy, tuttavia può essere difficile per le persone esercitare il loro diritto all‘oblio in un mondo virtuale, come Internet.

Una delle questioni più importanti, legate al diritto all’oblio in rete, è la possibilità di eliminare informazioni personali da Google e dai risultati di altri motori di ricerca. In particolare, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che i motori di ricerca, come ad esempio Google, hanno l’obbligo di rimuovere i risultati dei ricercatori che contengono informazioni su una persona, se questa lo richiede e, ovviamente, dove ricorrano le condizioni per poterlo fare stabilite dal Regolamento sulla protezione dei dati personali, in particolare all’art. 17 del GDPR.

Il diritto all’oblio alla luce della riforma Cartabia

La Riforma Cartabia, introdotta dal Decreto Legislativo n. 150 del 2022, ha modificato in Italia il diritto all‘oblio, il quale resta sempre forma di protezione dei dati personali che garantisce ai cittadini la possibilità di richiedere la rimozione di contenuti che mettono in discussione la loro riservatezza ma, per esigenze di celerità al pari di una sentenza di assoluzione a formula piena, ovvero di archiviazione, la stessa può essere richiesta già in giudizio. 

Un caso recente sul diritto all’oblio – il caso Fiammanò

Come riporta il giornale online il Dubbio, il  Prof. Francesco Fimmanò, che insegna Diritto Commerciale presso l‘Università Mercatorum, è stato coinvolto nel 2020 in una inchiesta della Procura di Bari circa le modalità con cui l‘Agenzia pugliese per il diritto allo studio gli aveva affidato un incarico legale. Invero, alla fine dell‘indagine, la Procura ha chiesto l’archiviazione, che è stata peraltro confermata dal Gip.

Nel decreto di archiviazione, il Gip ha apposto l‘annotazione ai sensi dell’articolo 17 del Regolamento europeo 679 del 2016, indicando che costituisce titolo per chiedere la sottrazione dell‘indicizzazione dei dati personali dai motori di ricerca. Pertanto, Fimmanò si è rivolto al Colosso di Mountain View per chiedere la preclusione o la deindicizzazione di tali dati, senza tuttavia ottenere alcun riscontro. Di conseguenza, ha deciso di rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali.

Dopo qualche settimana, Google ha inviato una comunicazione al professore affermando di aver rimosso alcuni dei link indicati, ma di averne lasciati altri in quanto ritenuti importanti per dare un quadro aggiornato della vicenda in questione. Google, basandosi sulla disciplina del GDPR del diritto all’oblio, ritiene che alcuni soggetti che ricoprono un ruolo pubblico, come professionisti iscritti agli albi, siano soggetti a un interesse pubblico, rendendo non applicabile il diritto all’oblio per il c.d. interesse storiografico.

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