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Il diritto all’oblio su Google e la riforma della giustizia

La sempre crescente digitalizzazione e l’uso smodato di motori di ricerca per ricercare, o meglio investigare, su qualsiasi vicenda o persona non sono sempre un bene; se da una parte internet e soprattutto Google, ci tengono in costante aggiornamento permettendoci di trovare anche le notizie più obsolete aventi una certa influenza pubblica, dall’altro questa circostanza alle volte non può non ritenersi lesiva dell’interesse del singolo, il quale deve avere diritto ad essere dimenticato. Il fenomeno sin qui descritto prende il nome di diritto all’oblio, ed è stato per la prima volta portato alla luce dalla sentenza Costeja del 2014 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, o anche meglio conosciuta con il nome di Google Spain. 

A distanza di anni, il diritto all’oblio è stato oggetto della Riforma della Giustizia penale varata dal Ministro Cartabia, e grazie alla modifica apportata dalla Commissione giustizia all’art. 13 bis del Disegno di legge. Brevemente, si riconosce autenticamente il diritto all’oblio rispetto a quelle vicende giudiziarie che si concludono con una pronuncia assolutoria a formula piena, del tipo “perché l’imputato non ha commesso il fatto, perché il fatto non sussiste” ai sensi dell’art. 530 c.p.p.

La ragione giustificativa della riforma della giustizia sul diritto all’oblio

La ragione preponderante per cui è stata scelta in questo tipo di riforma della giustizia, anche una riforma sul diritto all’oblio, è quella di diminuire i ricorsi al Garante della Privacy, che ricordiamo essere l’Autorità preposta al controllo del rispetto delle norme sulla privacy ed al trattamento dei dati personali, anche per evitare che l’interessato debba autonomamente attraverso l’inoltro di una richiesta al web master o alla compilazione di un modulo messo a disposizione dai vari motori di ricerca, in questo caso si riporta quello di Google. Nella riforma viene dunque disposta la tutela della reputazione online del reo attraverso il beneficio del diritto all’oblio. 

Il diritto all’oblio post riforma

Ora, vediamo insieme come avviene in sostanza il diritto all’oblio dopo la riforma avvenuta della Cartabia. Invero, contro le notizie di reato di quei procedimenti penali che sono stati definiti con una sentenza di archiviazione, o anche di non luogo a procedere ovvero di assoluzione è possibile una deindicizzazione c.d. automatica da internet. Al riguardo occorre chiarire, a contrario, la definizione del termine “indicizzazione”: i motori di ricerca attraverso parole chiave, organizzano un contenuto, al fine di introdurlo nelle query di ricerca, rendendolo così maggiormente visibile agli altri utenti ciò che cercano tramite le parole chiave inserite. A questo punto definiamo come si intende per deindicizzazione. Ebbene, al contrario di ciò che accade nella indicizzazione i contenuti non sono più accessibili con l’ausilio delle query del motore di ricerca, infatti nel momento in cui andremo a scrivere un nome o un cognome es. Mario Rossi o una parola chiave, non ci apparirà tra i suggerimenti l’articolo lesivo. Sebbene sia cosa diversa rispetto alla cancellazione, questo consegue gli stessi effetti pratici in rete. Così con questa premessa, la riforma Cartabia è intervenuta sull’art. 154 ter rispetto alle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, decretando che “le prescrizioni delle sentenze favorevoli al prevenuto vengano comunicate al Garante privacy, costituendo altresì titolo per l’emissione senza ritardo di un provvedimento di deindicizzazione dalla rete internet dei contenuti negativi che derivano dal procedimento penale e comprendenti i dati personali dell’accusato.”

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